Metafisica della follia individualista Metafisica della follia individualista Joël Labruyère / C.R.O.M. Imprimer cet article

Auteur: Joël Labruyère / C.R.O.M.

Quando emana dal cuore dello Spirito Universale, ogni figlio divino è perfetto, a immagine dell’Assoluto. Un essere che si manifesta dopo essere stato concepito dallo Spirito creatore (il Padre) e la sostanza energetica (la Madre) è un figlio-dio. Non è isolato perché è una particella del grande essere collettivo costituito di miliardi di anime. Per questo parliamo di «uomo cosmico» o «uomo universale», il cui corpo è formato da miliardi di esseri.

Ogni anima è un atomo divino, il germe di un Dio che appare come una sfera d’oro con un nucleo centrale e altri due periferici, che ruotano intorno al cuore. Il grande corpo collettivo dell’Uomo Cosmico è anch’esso un sistema sferico il cui cuore centrale vibra con le onde ineffabili dell’amore.

Così inizia la grande ascesa cosmica. I milioni di figli di Dio che navigano nell’energia vivificante e pura della Madre universale crescono in termini di bellezza e di forza sotto la sorveglianza delle gerarchie divine che hanno raggiunto la maturità durante cicli di crescita anteriori.

Per semplificare diremo che esistono due grandi gerarchie universali: la primogenita è quella dei «Figli del fuoco», la seconda, è quella dei «Figli della luce». Queste gerarchie di Dèi vivono su dimensioni paradisiache straniere, poiché i primi nati, i Figli del fuoco, hanno raggiunto lo stato di «senza forma», mentre i secondi, i Figli della luce, vivono in un regno di bellezza formale in una dimensione inferiore a quella del regno dei Figli del fuoco. L’elevazione vibratoria di questi spiriti dinamici è considerevole, in contrapposizione alla dolcezza placata degli spiriti del regno della luce.

Questi due potenziali sono come il fuoco e l’acqua, e la mescolanza accidentale dell’uno con l’altra può suscitare una reazione disarmonica nei paradisi superiori. Se non esistesse il rischio di scontro dei contrari, non esisterebbe nessuna dinamica creatrice nell’Universo.

Ma perché l’ondata di vita umana è stata trascinata in un’involuzione anziché prendere la via dell’ascensione come le altre gerarchie divine?

I miti ci raccontano che la causa proviene da un’intrusione prematura dei Figli del fuoco nel regno dei Figli della luce.

Non è certo per volontà di nuocere che gli dèi superiori hanno perturbato l’armonia del regno delle anime. Per eccesso di zelo nel voler accelerare l’ascensione dei Figli della luce, gli Dèi del fuoco hanno voluto comunicare il loro dinamismo alle anime che navigavano nella delizia delle forme paradisiache.

È questo l’«assassinio» mitico di cui si parla nel racconto di Caino e Abele e che ritroviamo in numerosi miti d’Oriente e d’Occidente: gli spiriti animati da una dinamica vibratoria superiore hanno voluto comunicare la loro potenza a degli esseri che vivevano su una frequenza vibratoria rallentata, fatta di diletto, nelle forme paradisiache.

Nel mito biblico, Caino vuole risvegliare Abele, e quando gli si avvicina troppo, Abele – che in ebraico significa «forma, apparenza» - non riesce a sopportare lo scontro vibratorio e si annienta. La forma «acqua» è distrutta dall’estremo dinamismo del fuoco. Inversamente, dopo questa «caduta», è l’elemento «acqua» che domina nel nostro universo materiale in cui Caino (il fuoco) è «errante e fuggitivo», mentre Abele, il pastore, dirige le masse umane.

Il mito racconta che la collera degli Dèi si è infiammata, e una reazione a catena distruttrice ha raggiunto i corpi celesti delle anime del regno della luce.


LA CREAZIONE DEL NOSTRO MONDO

È solo a partire da questo incidente cosmico che le cosmogonie situano l’inizio del nostro universo.

La genesi, così come raccontata nella Bibbia, non è altro che una conseguenza della catastrofe originale. L’esplosione atomica che ha raggiunto l’ondata di vita del regno della luce ha distrutto, in parte, i corpi spirituali di natura divina. Dato che questi ultimi non possono essere annientati grazie al loro nucleo di natura imperitura, sono caduti in letargia. Alcune gerarchie divine li hanno raccolti e hanno messo a punto un piano di riparazione.

Questi Elohim (dèi creatori) hanno tracciato uno spazio energetico di vibrazione rallentata – il nostro sistema solare – affin-ché le anime ferite trovassero un luogo di accoglienza, il tempo necessario per guarire.

Di conseguenza, dato che la nostra individualità celeste è stata distrutta, caduta nell’incoscienza – ma non annientata – il compito degli dèi riparatori fu quello di sostituire l’atomo divino «deflagrato» con un essere di sostituzione che potesse ristabilire il contatto con lo spirito (il fuoco) e la forma (la luce).

Noi siamo quindi questo essere artificiale creato al posto della personalità originale. Siamo un innesto nel cuore di un sistema spirituale di cui abbiamo perso la memoria. Il nostro universo attuale è uno spazio artificiale di transito, in attesa della restaurazione della nostra divinità. Siamo mortali in un mondo mortale, disconnesso dalla Fonte.

Lo scopo della nostra esistenza è di tentare, a ogni nuova incarnazione, di risvegliare il nostro principio eterno che, dall’incidente originale, è rimasto assopito. Il nostro Dio interiore è come morto e, vita dopo vita, aspetta che ci dedichiamo alla sua liberazione.

Questo piano, che si prefiggeva la nostra guarigione, è diventato una trappola fatale per molte entità che si sono cristallizzate a causa del loro attaccamento alla materia e della loro identificazione all’ego illusorio, il quale non è altro che un mezzo per far rinascere il dio interiore.

La nostra personalità è un innesto per restaurare una parvenza di vita, ma molti spiritualisti hanno fatto di questo Io deificato uno scopo assoluto. La religione e la filosofia ci hanno inculcato la credenza secondo cui questo Io artificiale è di essenza divina.

La cultura umana è prigioniera di questa illusione. La civiltà materialista tende a rinchiudere gli esseri in un individualismo negativo che li allontana sempre più dall’unità originale.


LA TRAPPOLA DELL’INDIVIDUALISMO

È imperativo capire il carattere artificiale della cultura dell’individualismo, i suoi effetti distruttori per il mondo e per noi stessi. I gruppi spirituali sono popolati di individualisti ostinati che parlano di fraternità, ma che dimostrano di vivere soltanto per difendere i propri interessi.

Ciò è normale perché, in questo mondo, ognuno è educato a lottare per se stesso, a procreare, produrre e sopravvivere nell’isolamento del proprio individualismo. Ognuno nasce e muore solo, in una lotta incessante per proteggersi e sopravvivere. Certo, possiamo abbellire la nostra esistenza isolata dedicandoci a una religione o a un ideale, ma in definitiva è il conto bancario che decide se dar seguito al proprio idealismo e al proprio impegno spirituale.

Si sente spesso dire: «Devo guadagnarmi da vivere, mi occuperò più tardi della mia vita spirituale.»

Grazie alla nevrosi securitaria, il nostro sistema sociale riesce a imprigionare gli esseri di buona volontà nella trappola dell’individualismo.

Chi ha letto qualche testo buddista ammetterà che l’io è la radice della sofferenza ed eventualmente accetta di sottoporsi a una disciplina spirituale per tentare di porvi rimedio. Ma concretamente, siamo impotenti a liberarci dall'individualismo che vuole farci credere che la Liberazione sia un processo isolato. Diventiamo pertanto un «pio egoista». Impariamo tutta la saggezza del mondo, ma siamo destabilizzati non appena la banca ci segnala un allarme rosso.

Bisogna vedere l’aria indispettita del saggio buddista, dell’erudito in Vedanta, o del pio evangelista quando riceve una fattura imprevista. Al diavolo la serenità! La fattura risveglia in lui la paura bestiale nascosta nei meandri delle sue viscere.

A causa di questa paura fondamentale, la spiritualità e i grandi ideali sono sempre stati una sorta di bigotteria. Certo, coltivando la bontà, si riesce a eliminare i tratti più flagranti dell’egoismo, ma l’individualismo forsennato, che nella nostra civiltà è la norma, ci isola in una vita dell’«ognun per sé» e «tutti contro tutti».

Il pio egoista non ne può più di parlare di fraternità e di amore perché è proprio ciò di cui sente maggiormente la mancanza. Può sì riferirsi a un ideale superiore, ma la priorità delle sue priorità risiede nella sua sicurezza fisica. Quest’ultima è ovviamente necessaria, e richiede che le dedichiamo dell’energia, ma l’individualista è incapace di capire che lo sforzo condiviso con altri potrebbe decuplicare i risultati. Ognuno vuole possedere la sua casa, non dipendere da nessuno, e l’isolamento che ne deriva comporta la carenza energetica, il ripiegamento nella sicurezza, la nevrosi egocentrica, la malattia, la tristezza, mentre la comunanza dei mezzi di vita ricondurrebbe l’essere in una dimensione sociale morale.

L’isolamento è il segnale di una profonda caduta.


DIFFICOLTÀ DELL’ESPERIENZA COMUNITARIA

L’infelice esperienza degli anni 60/70 ha mostrato che l’individualismo è refrattario a qualsiasi ideale di vita comunitaria autentica.

Inoltre, quando un’esperienza si fonda su un ideale sociale o ecologico, senza attecchire in un processo spirituale, non ap-proda a nulla, poiché i problemi psicologici e materiali non sono attenuati da principi etici superiori.

Di fronte al fallimento dell’esperienza comunitaria idealista, si è così sviluppata una vita associativa a «scopo spirituale», senza alcun impegno di ordine pratico o so-ciale. L’uomo contemporaneo vuole sì con-dividere idee trascendenti e vivere occasio-nalmente momenti di ritiro in seno a una comunità, ma è soltanto per recuperare le forze prima di rituffarsi nella lotta per l’esi-stenza. Questo è il motivo per cui dall’inizio del XX secolo gli istruttori spirituali auten-tici hanno rinunciato a formare delle co-munità sul modello delle antiche fratellanze, come quelle dei Catari, dei Bogomili, dei Templari e, più anticamente, degli Esseni o dei Terapeuti.

L’individualismo ipertrofizzato dell’uomo moderno non gli permetterebbe più di passare oltre le sue caratteristiche personali per adottare una coscienza sociale morale. Negli ultimi due secoli è stato rafforzato l’influsso della materia con il conseguente intensificarsi della paura.

La nostra cultura rafforza la paura e il timore per la sicurezza individuale. L’osses-sione di un essere non è più quella di cercare la sua salvezza eterna, ma di salvarsi fi-sicamente cercando una sicurezza durevole.

Questa nevrosi securitaria – una malattia dell’anima – sarebbe stata incomprensibile per l’uomo del Medio Evo che viveva in un quadro tradizionale in cui la maggiore preoccupazione era la paura di conoscere una cattiva sorte nell’aldilà. Oggi avviene esattamente il contrario.

La parola del Vangelo: «Non affannatevi dunque dicendo: che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? [...] Cercate prima il regno di Dio...» è diven-tata «cercate prima la sicurezza». Nessuno può sfuggirvi poiché la società fa di tutto affinché sia così.

Quindi come fare per disfarsi dall’individualismo soffocante se la nostra civiltà ci obbliga a esserne schiavi? Bisogna prendere coscienza di questa alienazione! Occorre rifiutare di sottomettervisi completamente. Occorre dare un’opportunità a un nuovo modo di vivere, altrimenti il nostro idealismo resterà una mera bigotteria.

L’ordine mondiale avanza a grandi passi e, ogni giorno, ci rinchiude nella nostra strettezza individualista. La crisi della ne-vrosi securitaria andrà avanti fino alla fine: l’essere umano finirà per chiedere allo Stato che si prenda cura di lui in modo assoluto.

Allora, invece della libertà individuale, che è l’illusione dell’individualista, si abbatterà una tirannia sociale che non lascerà più spazio alle scelte individuali. Già ora l’individualista che crede di scegliere le sue attività non fa altro che ubbidire alle parole d’ordine dei media.

E se ritenete che la vostra ricerca spi-rituale vi ponga al riparo della propaganda di massa, spesso non avete fatto altro che sostituire il papa con un lama o un guru eso-tico. I falsi profeti giocano sottilmente con il vostro individualismo, facendovi credere che avete abbandonato il vostro egoismo... ai loro piedi.


L’ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA

L’ego istintivo è trincerato nella tana dei vostri intestini come un animale che al primo pericolo balzerà fuori. L’individualismo securitario, ossia il modello sociale dominante, è in realtà fondato su una paura primitiva, camuffata dietro la buona coscienza umanitaria.

Un maestro spirituale ha detto: «È meglio non descrivere a cosa assomiglia l’ego invisibile che si cela dietro la personalità di un uomo civilizzato».

In fondo all’essere vi è un centro energe-tico, localizzato nella bile, in cui l’io bestia-le è come arrotolato. Potete diventare un brillante scienziato o un umanitarista, ma il vostro essere primitivo subcosciente non cambia. Non si sottomette a nessuna cultura religiosa o sociale. È l’ego fondamentale, il guardiano dell’istinto della sopravvivenza fisica.

Finché la vostra sicurezza non è in gioco, siete gentili e generosi, potreste perfino passare per un sant’uomo o una santa donna. Ma se vi minacciano... allora l’ego sub-cosciente prende il sopravvento sulla vostra volontà e potete trasformarvi in un bruto primitivo pur mascherando con un sorriso il vostro stato reale.

Nelle persone gentili «per natura», l’ego primitivo non è visibile e, finché esse non sono minacciate da un pericolo esterno, ne ignorano spesso l’esistenza.

È per costringere questo ego arcaico ad assumere un comportamento morale che le religioni ci hanno educati con la paura del peccato. Ma qual è il risultato di questa ri-mozione secolare? Ha prodotto l’uomo ci-vilizzato, in apparenza molto rispettoso della legge e delle buone maniere, mentre il suo stato psichico profondo esprime tutt’altro...

L'umano vive nella paura finché non ha reintegrato la sua dimensione d’origine, da qui la ricerca spirituale che mobilizza così tanti esseri. La paura fondamentale dell’ego primitivo pone l’essere in uno stato di costante timore per la sua sopravvivenza e la sua sicurezza fisica, psicologica e affettiva. Questo timore è generalmente incon-sapevole e si manifesta soltanto in una situazione di pericolo, benché sia sempre in agguato in qualsiasi nostra azione.

L’individualismo è una corazza oppres-siva. L’individualista marca il suo territorio in tutti i suoi atti ma soffre del suo isola-mento. Perde la vita volendo preservarla.

L’individualista isolato che si dice spi-rituale, ma calcola tutto in funzione della sua sicurezza personale, è perduto perché nel regno delle anime l’isolamento non esiste.

La vita fraterna e comunitaria, vissuta fin d’ora nonostante le difficoltà e i sacrifici che comporta, è un primo passo verso la Reintegrazione.

Quando un gruppo umano riuscirà a unirsi per fondare una società morale, l’energia dispersa a causa dell’indi-vidualismo potrà essere ripristinata per realizzazioni prodigiose.


PROSPETTIVE

In Francia la pressione sociale è parti-colarmente forte: si nota il contrasto non appena si esce dal suo territorio.

Stranamente quando si parla di inve-stimento comunitario si può trovare una rispondenza fuori dalla Francia, ma i francesi sembrano completamente incapaci di impegnarsi. Innanzitutto per motivi economici, che è il pretesto dietro cui il francese dissimula sempre le sue restrizioni, anche se è vero che il racket del nostro sistema statale gli lascia oggettivamente poco spazio finanziario.

Ma ci sono probabilmente altri fattori culturali, psicologici, karmici che fanno della Francia il buco nero delle soluzioni alternative comunitarie.

In un’epoca in cui molti ricercatori di assoluto si lamentano dell’Ordine Mondiale, sarebbe bello vederli agire, piuttosto che ripiegarsi nel loro piccolo sviluppo personale senza prospettive future.

Quando si guarda fuori dalla Francia – Belgio, Svizzera, Italia Portogallo, Spagna – si trovano gruppi che si sono lanciati nella sperimentazione di soluzioni comunitarie. E questo funziona abbastanza bene, a prima vista. In tutti i Paesi vi sono esseri che passano all’azione, nonostante le condizioni economiche oppressive che sono tuttavia ovunque le stesse nell’impero del dio denaro.

Ma non in Francia! A tal punto che un membro della comunità italiana di Damanhur diceva: «Abbiamo alleati in tutti gli altri Paesi, salvo in Francia.» Questo dovrebbe farci riflettere.

I francesi sono così socialmente alienati da non potersi più muovere? Sarà l’effetto di una nevrosi securitaria che accentua ancora di più il complesso di individualismo nazionale? Sarà per la paura di lasciare il proprio lavoro? No, perché non troviamo mobilità né tra i pensionati né tra coloro che sopravvivono grazie ai sussidi dello Stato i quali potrebbero mettere insieme i loro mezzi per vivere meglio! Esiste una sindrome dell’individualismo francese. I pretesti sono ben noti: impiego, responsibilità familiari, attaccamento alla proprietà privata ecc., ma questi obblighi oggettivi esistono anche negli altri Paesi.

E allora cosa sarà mai?

Mise en Ligne: 08.04.11